In un libro di ricette, scritto un centinaio di anni fa, tra un sughetto e po’ di pasta, tra un brodino e carne lessa, si può trovare la perfetta fotografia della smania che fino ad oggi è una caratteristica della maggior parte delle persone che ci circondano. Non serve aggiungere altro…
Krapfen
Proviamoci di descrivere il piatto che porta questo nome di tedescheria ed andiamo pure in cerca del buono e del bello in qualunque luogo si trovino; ma per decoro di noi stessi e della patria nostra non imitiamo mai ciecamente le altre nazioni per solo spirito di stranieromania.
Pellegrino Artusi
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La vita è un processo degenerativo. Ogni mutamento che avviene sul nostro corpo (la crescita dei capelli, il sudore, una ruga) testimonia il nostro inesorabile cammino verso la distruzione. Una eterna durata equivale ad assenza di mutazione, un permanere indefinitamente in una certa condizione. Una tale fissità però preclude ogni possibilità di crescita, non c’è più nulla da imparare quando già si è quello che si sarà in futuro, sempre che si possa considerare futuro ciò che riproduce perfettamente un passato che diventa eterno presente.
Evitare qualsiasi mutamento equivale a cessare di assimilare sostanze che il nostro corpo trasforma in elementi vitali per l’organismo; se vogliamo essere immortali proviamo quindi a non respirare, non bere e non mangiare.
Una tecnica a non proprio felice per allungare la vita. Occorre esaminare la situazione con occhi meno tesi all’eternità.
Siamo uomini (e donne), il nostro organismo ha le proprie esigenze e, per mantenerci in vita per il periodo che si confà alle nostre forze, abbiamo bisogno di elementi esterni a noi. Attraverso aria ed alimenti ci possiamo sostentare, attraverso il contatto con le altre persone possiamo crescere e coltivare la nostra personalità (il che non guasta mai, anche se tutto andrà sigillato in una cassa….vuoto a perdere).
Prendiamo dunque un essere umano e guardiamo le sue azioni; egli respira, mangia e beve, assimilando le sostanze care alla crescita e alla vita. L’aria è materia terribilmente fuggevole per essere esaminata , l’acqua ha dalla sua la trasparenza, per ora non ci resta che guardare al cibo.
Il cibo degli esseri umani è costituito da qualcosa che era vivo e non lo è più, animali e vegetali quindi. La vita in questo modo passa da un corpo all’altro anche se non in modo personale, cioè non portando con sé le caratteristiche soggettive di uno spirito vitale. Mangiando un gallo difficilmente mi troverò a cantare al sole all’alba, così mangiando coda di rospo non dovrò poi tornare a casa balzellon balzelloni seguendo la via di qualche acquitrino. La vita dalla vita, questa ho idea che sia una fondamentale legge naturale, forse è proprio la legge a cui tutti i viventi (tranne il primo creatore, se ci dovesse essere stato) sono soggetti. Stabilito questo principio fondamentale possiamo farne discendere una conseguenza ovvia: ciò che regola la vita regola anche la “buona” vita, ciò che noi chiamiamo “salute”.
Una persona (e anche un animale, visto che il nostro principio si può applicare ad ogni animale ad esclusione dei porcellini salvadanaio che si nutrono di monete…oggi si sta assistendo ad un incredibile aumento di questa specie animale), per mantenersi in salute deve assumere cibo che abbia avuto in sé il misterioso dono della vita.
Il fatto grave è che, nonostante il miglioramento delle condizioni alimentari della popolazione dei cosiddetti paesi civili, il pur straordinario progresso medico non riesce a venire a capo alle malattie degenerative a cui l’uomo sta soccombendo in questi decenni.
La causa potrebbe essere una troppa scorta di vita? Troppa vita da trasformare che porta alla morte?
Forse la causa è da ricercare altrove, sullo stesso piano del nostro principio fondamentale preso ad assioma del nostro discorso. Mangiamo veramente cibo che ha avuto in sé la vita? La diminuzione della superficie coltivabile ha portato con sé l’uso (e spesso l’abuso) di sostanze chimiche che riescano a sopperire alla mancanza di terra con l’aumento della produttività della stessa; la chimica ha sintetizzato anche sostanze che assumiamo costantemente (per fare un solo esempio, le caramelle) che la vita l’hanno vista soltanto negli spot pubblicitari; mangiamo cibi che sono racchiusi in un involucro di plastica e che, aperto dopo un anno, ancora sono freschi come se fossero appena usciti dal forno.
Potrebbe essere proprio questa la causa (o, più probabilmente, una delle cause) dell’avanzare incontrollato delle malattie degenerative che saranno il grande male di questa e delle prossime generazioni; mangiare ciò che non è mai stato vivo forse non ci permette di essere sani. Forse abbiamo solo il dono di trasformare la vita, non di crearla. Forse mangiando morte, acceleriamo solamente il processo che ci porta ad esaurire quel dono misterioso che, finché respiriamo, chiamiamo vita.
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Oggi la vita dell'uomo è in simbiosi con le macchine, anni fa la robotizzazione e la motorizzazione erano presentate come conquista per la libertà umana. Ogni macchina era fatta dall'uomo per valorizzare la sua libertà e per renderlo più padrone degli spazi che lo circondavano e del tempo in cui era immerso. Contro le distanze che separano persone, famiglie e popoli nascono le automobili, macchine che riescono a far passare sotto le ruote decine e decine di chilometri in un'ora; contro l'invasione del lavoro industriale nella vita dell'uomo si è sempre guardato al momento in cui le macchine sostituiranno il fattore umano lasciando finalmente ognuno padrone della propria vita e del proprio tempo (non perdendo per questo il sostentamento che gli spetta in quanto essere umano). Qualcosa deve essere andato storto. Non volendo credere alla possibilità di un preciso piano politico-sociale che vada in questa direzione, occorre propendere per un errore di valutazione degli effetti dell'automazione dilagante.
Oggi la maggior parte delle persone ha un'automobile, tutti più felici immaginiamo. La vera rivoluzione dell'automobile è stata quella di una periferizzazione (se mi si passa il termine) dilagante; attorno al centro cittadino, si crea una rete di paesi satellite che fungono da ricettacolo per i lavoratori e per gli imprenditori. La macchina è necessaria per spostarsi e raggiungere il proprio luogo di lavoro che dista, magari, 15-20 km, tutto si modella a secondo dell'attività che vi si installa. Il centro cittadino, invaso dai veicoli di coloro che in città abitano, di coloro che in città vengono per lavorare, di coloro che dalla città vogliono uscire per andare altrove, è un labirinto di macchine che chiedono il passo e che fanno fuoriuscire dai finestrini imprecanti mani e maledicenti gesti, nella più totale mancanza di rispetto e pazienza. La velocità media che si mantiene all'interno di una città è di 6 km orari, potremmo tranquillamente vederci superare dal contadino di inizio novecento che col suo mulo si spostava più o meno alla stessa velocità, senza ingoiare smog e maledizioni varie. La macchina, la macchina. Oggetto di culto più che di utilità, si cambia all'uscita dell'ultimo modello, un paraurti metallizzato è molto più bello di un fascione di plastica nero che però svolge la sua funzione di non farti regalare lo stipendio al carrozziere se, per caso, parcheggiando sfiori un palo o un blocchetto di cemento. Noi però siamo contenti così.
Le macchine all'interno delle fabbriche invece? Quelle si che sono rivoluzionarie! La rivoluzione dell'automazione ha una portata storicamente dirompente, distrugge anni di tradizione. Solo al giorno d'oggi possiamo trovare falegnami che non sanno riparare un tavolino e fabbri che non sanno dare un colpo di martello. Ognuno è chiamato a fare il piccolo movimento che gli compete, taylorismo puro, per tutta la vita... La cosa curiosa poi deve ancora venire; una volta si lavorava, poniamo il caso, 8 ore per fabbricare una sedia, oggi in 8 ore si fabbricano 1000 sedie, però sempre 8 ore si lavora... La domanda è questa: ma se tutti lavorano così tanto, quando lo troviamo il tempo per stare seduti? a che ci servono tutte queste sedie??
Vabbè, misteri della fede...ed è il caso di dirlo, visto che il lavoro è una sorta di nuova religione (e se Max Weber non può essere accettato lo si scaccerà affermando che il capitalismo nasce nel medioevo in ambito monacale, e sempre in ambito religioso restiamo).
Le macchine ci rendono schiavi, ci danno l'illusione di una libertà che invece non abbiamo, ci aprono porte che in realtà immettono solamente in ripostigli bui e polverosi. Un ultimo esempio è la comunicazione via computer, oggi possiamo comunicare con chiunque, attaccati ad un computer abbiamo la possibilità di conoscere ogni sorta di persone di qualsiasi cultura e paese (purché abbiano un computer), passiamo così le nostre giornate, chiusi in una stanza attaccati ad un computer, isolandoci dalla società mentre conosciamo decine e decine di persone, centinaia e centinaia di persone, migliaia e migliaia di persone...il campanello....chi sarà?...un amico forse...che me ne faccio di un amico al campanello quando nel frattempo posso conoscere 3 nuovi amici via internet?? Ancora, ancora amici....il campanello di nuovo....non c'è nessuno!!! non ho tempo per i vecchi amici, sono obsoleti....ecco, chiamiamo questo in Francia....hallo! hallo!
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Passeggiando per vie malfamate (ma anche per vie rinomate che poi diventano malfamate) non è difficile imbattersi in qualche energumeno armato e talvolta incappucciato che, minacciandoci con un'arma ci intima: o la borsa o la vita!
Che dilemma! Le possibilità che ci si aprono, a questo punto, non sono infinite. è possibile (e molto spesso saggio) optare per la conservazione della vita lasciando allontanare il malvivente tra le nostre più profonde maledizioni; non è raro il caso di chi, scegliendo la borsa (in realtà scegliendo di conservare entrambi ma non riuscendo nell'intento), si lascia sfilare la vita dalle mani e rimane (senza borsa) a terra esanime; c'è poi chi, portando a segno le intenzioni dello sfortunato personaggio precedente, riesce a conservare sia la borsa sia la vita, mettendo in fuga o catturando l'aggressore. Questo avvenimento, molto traumatico e violento, conserva la sua attualità da tempo immemorabile (quantomeno dal momento in cui si sono inventate le borse). Oggi fa ancora notizia un borseggio o uno scippo, una rapina o un furto; la violenza ha qualcosa di attraente e rivoltante allo stesso tempo, le notizie ne sono infarcite e pochi si sono lamentati della ricetta.
Se dalla tavola sempre imbandita di ciò che fa notizia un po' di rosso (non vino, ma sangue) non manca mai, un tipo di aggressione molto più sfumata e subdola è bandita dalla tavola e non attrae nemmeno i palati più delicati. Tutti i giorni siamo davanti allo steso dilemma, non abbiamo nessuno che ci minaccia con una pistola ma subiamo condizionamenti ancora peggiori, che non durano lo spazio di qualche minuto ma ci modellano per tutta l'esistenza. Il bivio che abbiamo di fronte ci appare sempre più obbligato, la società ci mette di fronte al dilemma e ci consiglia quale sia la strada da scegliere. Rispetto ad una aggressione armata , in cui è saggio preferire la vita ad ogni altro bene, il condizionamento sociale ci mostra quanto la borsa sia di gran lunga più importante.
Scippati della vita, quindi, ci godiamo (poco) la nostra borsa, la riempiamo e la svuotiamo ciclicamente per circondarci di ogni bene che ci da l'illusione di non avere abdicato a ciò che di più prezioso la natura un giorno ha deciso di donarci: vivere. La vita di noi occidentali (quella che si vorrebbe diventasse il modello per ogni altra civiltà) è rigidamente scandita in funzione dell'impegno lavorativo, l'uomo è un essere produttivo e il suo unico compito è quello di mettersi al servizio di chi sa organizzare il suo lavoro in vista della produttività (di beni, di servizi, di vizi o di virtù). La giornata lavorativa tipo è quella di 8 ore, impegna il lavoratore dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18, in pratica tutta la giornata. Siamo disposti a lasciarci vivere in questo limbo che dal lunedì al venerdì lascia vedere il sole solamente da dietro i vetri di una finestra (spesso oscurata da tende o persiane) pur di raggranellare i pochi soldi che ci permettono di arrivare alla fine del mese, tenendoci quindi legati, per il mese successivo, allo svolgimento dello stesso lavoro; così avanti, ciclicamente, fino all'età pensionabile (ed è tutto da vedere se sia poi accompagnata o no da pensione). Ogni anno riviviamo le tappe del calendario con sudata partecipazione, in ogni giorno della settimana tendiamo al venerdì; il week-end purifica settimanalmente la nostra fatica, come le ferie vengono a rinfrancare dopo un anno di giorni sempre uguali a se stessi. La ciclicità è talmente cogente che anche le ferie stesse divengono abitudinarie, gli uomini divengono massa proprio perché hanno le stesse esperienze: la maggior parte della popolazione attiva parte di casa alla medesima ora per arrivare sul posto di lavoro, lavora (quale che sia la sua mansione) fino all'ora di pranzo per poi riprendere a lavorare fino alle 18. Nelle ore di punta le strade (normalmente praticabili) sono impraticabili, clacson e insulti (urlati o mormorati) si concentrano agli incroci e ai semafori, tutti si muovono alle stesse ore e, una volta a casa, mangiano e si guardano la tv aspettando l'ora di andare a letto per riposarsi in vista di una nuova giornata al lavoro. Le ferie proseguono il rito, a metà agosto accadono eventi biblici, esodi e controesodi. Milioni di persone si spostano nei medesimi giorni, spesso vanno a visitare i medesimi luoghi, per tornare alle proprie abitazioni tutti nello stesso momento. Le vacanze intelligenti sono l'unica salvezza dell'aspirante viaggiatore, intelligenza che però deve essere esclusiva, se tutti facessero vacanze intelligenti infatti, ci sarebbe un nuovo ingorgo...l'intelligenza presuppone sempre la dabbenaggine di qualcuno. Esperienze così standardizzate non possono che appiattire le iniziative e le passioni delle persone ad un basso livello di entusiasmo (o a un alto livello di entusiasmo obbligato che "deve" animare ogni giorno di vacanza).
O la borsa o la vita quindi! Stringendo forte al cuore la nostra borsa piena di monetine tintinnanti, vediamo allontanarsi la vita. è il sacrificio che occorre fare per avere una rispettabilità sociale ed una vita "normale". è il prezzo della vita associata che, per farci mantenere i rapporti con le altre persone, ci fa perdere il legame più stretto e più intimo, quello con la nostra vita e le nostre passioni.
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Distanze di sicurezza...ti voglio bene ma non avvicinarti per
favore
La cosa più importante è mantenere i propri spazi. Siamo esseri sociali ma, se la società si fa troppo vicina, scappiamo a gambe levate. L'alternativa al correre lontano dal mondo è quella di nascondersi dietro il primo angolo che incontriamo e scrutare in silenzio quello che succede, adeguandoci. Il caro e vecchio eremita, che rinuncia al mondo per rinchiudersi nella sua solitudine, non esiste più, almeno nella società moderna. Oggi se qualcuno rinuncia al mondo lo fa solo (a quasi) perché il mondo lo ammiri, il sentiero della mortificazione costeggia l'autostrada dell'esibizionismo. La maggior parte delle fratture tra le persone avviene nel modo più impensabile: scambiandosi cerimoniosi saluti e sperticandosi in adoranti genuflessioni. Meno ci si conosce e più le adulazioni funzionano. La maschera che indossiamo per gli incontri mondani è modellata con un sorriso talmente idiota che può persino passar per vero. La baronia dei titoli personali si rafforza ogni giorno di più ed oltre ad essere tutti dottori, professori e cavalieri diventiamo improvvisamente anche gentilissimi, egregi, carissimi e spettabili. Tutte le moine che dai nostri conoscenti prenderemmo per burle, acquistano una composta serietà quando ci sono rivolte da perfetti e imperfetti sconosciuti (ancorché spettabilissimi ed egregi professori carissimi). A rendere ancora tutto più formale e subdolo è la carta. Ogni cosa va scritta e documentata, non ci fidiamo di niente e di nessuno e senza un testimone inanimato e fragile come il bianco foglio tra le nostre mani, non muoviamo un passo nemmeno per andare al gabinetto (dove altra e più utile carta troviamo).
La maschera cala un pochino solamente quando conosciamo meglio una persona e stabiliamo con lei un rapporto più stretto, a riprova della falsità della condizione precedente. Il "Lei" (rigorosamente con la lettera maiuscola), il formalismo squallido che sopravvive alla sua ridicolaggine, retaggi culturali per la pesca miracolosa dei propri interessi personali.
Il mondo è diviso da giganteschi fogli di carta imbellettati di gentili parole che non vogliono dir nulla. Un gergo puramente formale regna sovrano in ogni organizzazione che abbia a che fare con il prossimo. La lingua italiota (a metà tra italiano e idiota) riverisce e tiene a debita distanza chiunque che se la senta vomitare addosso. Ecco alcuni esempi:
| Linguaggio |
Pensiero |
| Egregio Dottore |
Non ti conosco e non voglio cominciare a
conoscerti ora |
| Vengo a Lei con questa mia... |
Mi è toccato anche di scriverti... |
| Sono molto lieto di informarLa |
Stammi a sentire |
| Porto alla Sua Cortese attenzione |
Addrizza quelle orecchie marce... |
| Come già accennato in precedenza |
Sono 10 volte che ti ripeto le stesse cose,
pirla! |
| La ringraziamo per la fiducia accordataci |
Eri proprio alla frutta per scegliere noi eh? |
| Mi permetto di sollecitare il pagamento di... |
Se non paghi entro un'ora ti brucio casa |
| Colgo l'occasione per... |
Non ho la minima intenzione di sprecare un'altra
lettera per te |
| Restiamo in attesa di un suo gradito riscontro |
Sempre che tu sappia scrivere |
| siamo a disposizione per qualsiasi chiarimento |
Non accetto altro che un "sì", se fai
domande ti gambizzo personalmente e con somma gioia |
| RingraziandoVi anticipatamente |
Perché scordati che lo faremo quando avremo in
mano il malloppo |
| Cordialmente |
Fa che non riveda mai più la tua faccia da
ebete |
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AUDITEL: la scatola nera di un aereo dirottato dalle hostess
Facendo zapping in tv si ha come l'impressione di scorrere un book fotografico di qualche stilista (forse il paragone è un po' azzardato visto che di abiti se ne vedono effettivamente pochi). In ogni trasmissione che si rispetti (entrerebbe in gioco la nozione di rispettabilità ma passo rispettosamente oltre) ha il corpo, di ballo o di carne, da mostrare ogni qualvolta se ne presenti l'occasione. Il problema è che le occasioni stanno diventando sempre più frequenti, ormai le ammiccanti vallette danno al pubblico lezioni di ballo, di ammiccamento languido e di accavallamento acrobatico cosce in qualsiasi momento della giornata.
Ricordo con nostalgia i tempi in cui facevo tardi la sera per guardare "Colpo grosso" e vedere, se la serata andava nel giusto verso, un seno semiscoperto e un gluteo ballonzolante e comprendo la lungimiranza degli autori televisivi che, per evitare che i ragazzi facciamo tardi davanti la tv, hanno spostato tutto quello che "Colpo grosso" poteva offrire nell'arco della giornata. L'educazione dei ragazzi sta sempre al primo posto.
Accanto a questo fenomeno un altro mi lascia perplesso: mi ringraziano tutti. Non so quale sia il mio merito ma ogni volta mi sento dire grazie per aver fatto vincere la serata "Auditel" a qualcuno. Ma c'entro davvero in questo successo? Che i due fenomeni siano collegati?
Vediamo un po' il funzionamento di Auditel per scoprire come sia stato possibile per la televisione trasformarsi da finestra (sul mondo) a vetrina.
è tutta una questione di pubblicità; una volta c'era il carosello, al termine delle trasmissioni della Rai chi lo voleva (e molti lo volevano) poteva assistere ai piccoli sceneggiati che reclamizzavano prodotti commerciali. Con la nascita della televisione commerciale e con la conseguente messa a disposizione di spazi pubblicitari in diverse fasce orarie e all'interno di differenti programmi, nasce l'esigenza di stabilire un metro di valutazione per i compensi che coloro che acquistano gli spazi devono pagare. è come per l'acquisto di una casa, il prezzo al metro quadro varia a seconda di determinate variabili: una casa vista molo a Portofino ha un prezzo sensibilmente diverso da quella collocata alla periferia di Catanzaro. Gli spazi arrivano talmente tanto che sono nati gli spot, veloci e incisivi come uno spot (un tipo di lampada) usati al cinema, se te la punti dritto agli occhi la accendi e spegni per un secondo resti abbagliato per almeno mezzo minuto, veramente un nome azzeccato, occorre riconoscerlo.
Il metro per stabilire il valore dei vari spazi pubblicitari è l'Auditel. Nato come strumento per misurare orientativamente l'ascolto dei vari programmi per poter differenziare il prezzo degli spazi pubblicitari a seconda delle fasce di maggiore o minore visibilità, è divenuto il nume tutelare della produzione televisiva, in nome dell'Auditel ogni cosa è permessa, l'Auditel giustifica tutto e tutti sono perdonati se agiscono in suo nome. Una velocissima e brillante carriera da mezzo a fine. Una cosa mi sfugge ancora però, è un legame che inconsciamente (ma nemmeno troppo) è fatto passare sotto ogni genuflessione al numero di telespettatori che ogni giorno inchioda gli estri e le velleità dei professionisti della tv. Quando si parla di Auditel si parla di concorrenza, di democrazia, la televisione si viene a basare su ciò che il cittadino chiede, su ciò che il cittadino mostra di preferire attraverso i programmi che segue.
Ma è veramente così? Sono rappresentato io dall'Auditel? Posso spendere veramente il mio voto attraverso il telecomando?
Indaghiamo, indaghiamo.
L'Auditel funziona a campione, ci sono poco più di 5.000 famiglie che hanno istallato sul loro televisore domestico (anche su più di uno se ne hanno) un meter, lo strumento di rilevazione vero e proprio. Ogni membro della famiglia ha un telecomando attraverso il quale è possibile registrare i gusti dell'intera famiglia, differenziando le fasce d'età. Le famiglie che istallano il meter vengono contattate dalle società (con 9 rifiuti su 10, quindi credo sia difficile riuscire a reperire un campione veramente rappresentativo della società nel suo complesso) e ricevono in cambio un "regalino". Già la cosa comincia a puzzare di bruciaticcio, innanzi tutto mi chiedo come si possano considerare persone reperite tra il 10% della popolazione (quello che accetta tra i 9 che attaccano il telefono) quale campione rappresentativo del totale, ma mi viene in mente un paragone.
Dunque, stabiliamo in 22 milioni il numero di famiglie italiane (non lo stabilisco io, sono i dati dei censimenti Istat), di queste il 96,4% possiede un televisore (sempre dati Istat), arriviamo ad avere 21.208.000 nuclei famigliari con televisore, diciamo 21 milioni per comodità.
Su un totale di 21.000.000 famiglie con televisore ce ne sono 5.000 che fanno da campione per Auditel, niente male, una rappresentanza di ben 0,0238%, veramente molto interessante la faccenda!!
Siccome a me piacciono gli esempi ne azzardo uno, alle ultime elezioni ci sono stati (circa) 38.000.000, il numero dei comuni italiani è (circa) 8100, facendo una proporzione si ottiene che, invece di stare a contare tutte le schede una per una, se estraggo 1 scheda per ogni comune e su quelle mi baso per determinare il risultato totale delle elezioni ho una rappresentanza dello 0,0213%, una percentuale molto simile (basterebbe estrarre 2 schede per ogni comune per far cadere ogni confronto). Come è possibile sentirsi rappresentati da una scheda (o 2) per ogni comune? Come è possibile, numeri a parte, creare una base che sia statisticamente rispondente all'intera collettività se i rifiuti sono 9 su 10 e se uno dei criteri fondamentali è il fatto che il televisore è visto dalle persone della famiglia scelta per diverse ore al giorno? Nel momento in cui si scelgono persone che in media stanno davanti alla tv per 3 o 4 ore al giorno automaticamente si esclude una parte importante della popolazione che non sarà mai rappresentata, pur seguendo alcuni programmi televisivi. Un dilemma irrisolvibile. A questo punto non posso fare altro che chiedermi, ma non è forse meglio "auditelizzare" tutto? è tutto più semplice, altro che contare una per una tutte le schede bianche...sai che fatica, meglio allora guardasi qualcosa alla tv, tra una pubblicità e l'altra...
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