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il difficile è un semplice vestito male



Che vale avere, senza godere?

Esopo, “L’avaro”:

Un avaro aveva liquidato tutto il suo patrimonio e l’aveva convertito in una verga d’oro; poi l’aveva sotterrato in un certo luogo, sotterrandoci insieme la sua vita e il suo cuore, e tutti i giorni andava a farci un’ispezione. Un operaio lo tenne d’occhio, subodorando la verità, andò a scavare e si portò via la verga. Dopo un po’ arrivò anche l’avaro e, trovando la sua buca vuota, cominciò a piangere e a strapparsi i capelli. Ma un tale, che l’aveva visto lamentarsi così dolorosamente, quando ne seppe la ragione, gli disse: “Non disperarti così, mio caro; tanto, oro non ne avevi nemmeno quando lo possedevi. Prendi una pietra, mettila al suo posto, e immagina d’avere il tuo oro: ti farà lo stesso servizio; perché vedo bene che, anche quando il tuo oro era là, tu non ne facevi nulla”.

Chi non ha conosciuto una persona del genere? Purtroppo sta diventando sempre più frequente attribuire un valore sproporzionato a cose futili e esteriori. L’uomo seppellisce con la sua barra d’oro la sua vita e il suo cuore, questo significa che non aveva più una vita propria, tutti i suoi pensieri erano rivolti al suo tesoro, tutte le sue attenzioni per esso, i suoi sentimenti in funzione di quel cumulo di metallo. L’operaio che ruba l’oggetto di sicuro lo usa per migliorare la sua vita, non lo tratterà come un feticcio da adorare ma come una risorsa da utilizzare e da godere; anche se la favola non ce lo dice possiamo essere sicuri che farà un uso migliore di quel denaro, lo userà come mezzo per arrivare a qualcosa, non come fine.

Una volta perso il suo tesoro, anche se la sua vita sostanzialmente scorre allo stesso modo, l’avaro si dispera e non riesce a darsi pace; occorre la voce di una persona estranea, che dà il giusto valore alle cose, per mostrare quanto fosse futile la sua ricchezza. È come avere una sontuosa villa ma abitare sotto un ponte per non rovinarla, come avere una bellissima macchina e girare in bicicletta per non consumare i pneumatici. Il consiglio è chiarificatore, la barra d’oro era per l’avaro come una pietra, un masso che trascinava la sua personalità verso il basso di una vita che trova in qualcosa di esterno il suo fondamento. Una buona fotografia dell’attuale atteggiamento che vede nel denaro una sorta di divinità da venerare e a cui sacrificare la propria vita.

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Chi fa da sé, scappa da solo

In poche righe Esopo (VI sec. A.C.) fotografa la vita, “i viandanti e la scure”:

Due uomini facevano viaggio assieme. Uno trovò una scure. "Abbiamo trovato una scure", disse l'altro; ma il primo lo ammonì che non doveva dire "abbiamo", bensì "hai trovato". Dopo un po' furono raggiunti da coloro che avevano perduto la scure e quello che l'aveva presa, vedendo che gli correvano dietro disse al compagno: "Siamo fritti". "No, devi dire "sono fritto". Quando l'hai trovata non hai mica fatto a metà con me" gli osservò l'altro.

Esopo, da grande osservatore dell’animo umano quale è, traccia con segno rapido e veloce una caratteristica dell’animo umano che possiamo render valida per moltissime situazioni.
I viandanti sono persone che fanno un percorso assieme, potrebbero essere due amici, dei fidanzati, dei colleghi di lavoro. Tutto procede per il meglio, cioè senza intoppi quando uno dei due trova una scure (non a caso uno strumento per tagliare), strumento utile alla vita ma, come molti strumenti, a doppio taglio. Trovare un oggetto, o qualcosa di utile in generale, fa piacere e ci riappacifica momentaneamente con la dea bendata della fortuna che spesso vediamo accanirsi contro di noi; ma la fortuna può essere anche portatrice di scompiglio, se non la si vuole condividere con chi abbiamo vicino. Così, se non rendiamo partecipi le persone che ci accompagnano nelle cose belle della vita, così non possiamo pretendere che esse ci siano vicine nelle avversità. Tenendo la scure solo per noi, abbandoniamo il cammino con il nostro compagno di viaggio per correre più avanti (in questo caso inseguiti) e la fortuna per aver trovato un oggetto ci conduce ad una mancanza ben più grave...quella del compagno stesso.

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