Proteso verso il futuro l’homo sapiens sapiens (cui occorrerà a breve aggiungere qualche altra meritoria determinazione) si muove da padrone nel mondo che Dio gli ha donato in Eden e fa valere tutta la sua superiorità soggiogando ogni cosa e animale che ha la (s)ventura di capitargli dinanzi.
La coscienza della propria superiorità non è sufficiente a far dimenticare le infinite insidie e minacce che si nascondono tra le pieghe della vita, pronte ad aggredire l’uomo e farlo tornare alla promessa polvere biblica.
Occorrono scudi, protezioni; ne abbiamo a volontà.
Convinti di immergerci nel mondo, ce ne teniamo invece molto alla larga, le nostre paure hanno alimentato una cultura dell’”anti” che ci accompagna ad ogni stadio della vita, ad ogni passo.
Appena svegli, ogni mattina, scendiamo dal nostro materasso antiacaro e antiaffossamento, ci mettiamo le ciabatte antiscivolo, andiamo in bagno, una bella spazzolata con il dentifricio antiplacca e antitartaro, inforchiamo gli occhiali antigraffio, antiriflesso e antiurto e usciamo di casa, pronti per una nuova giornata, non prima aver scaldato un po’ di latte in un pentolino antiaderente, che poi mettiamo in una lavastoviglie ben carica di anticalcare.
Se per caso ci sentiamo un po’ deboli niente paura, basta aprire un cassetto in cucina e spuntano fuori scatole e scatole di antibiotici, antipiretici, antiacidi, antistaminici, antisettici, antidepressivi, antidolorifici, antireumatici e antibatterici, che ci occorrono per far fronte agli sbalzi di tempo che l’anticiclone provoca ogni anno. Prendiamo l’antiastenico che fa al caso nostro e, correndo con ritrovata energia per l’anticamera, usciamo in strada fondandoci nella nostra automobile dotata di dispositivo antirollio, barre antiintrusione, filtro antiparticolato e andiamo al lavoro parcheggiando il nostro bolide dopo aver inserito l’antifurto.
Arrivati al lavoro ci piazziamo davanti ad uno schermo con antisfarfallio e un pc protetto da antivirus e antispamming oppure, se non utilizziamo il computer, adottiamo tutte le misure antinfortunistiche necessarie a svolgere il sicurezza le nostre mansioni.
Non entriamo ancora più a fondo nelle nostre abitudini, non occorrerà esaminare anche il nostro tempo libero, disseminato di sentimenti che ci fanno militanti nelle più disparate leghe: anticaccia, antidroga, anticancro, antifumo, antinucleare, antimafia, anticlericale, anticomunista, anticapitalista, antifascista, antifemminista, antimilitarista, antinquinamento, antiabortista, anticonformista, antidoping, etc, etc.
D’altronde non dobbiamo stupirci, la contraddizione sta dentro di noi: che si può pretendere dagli uomini che, all’interno dei loro stessi corpi, hanno milioni di anticorpi? Il contrasto ci è inciso nelle carni, quindi viviamo tranquilli. Possiamo ancora mantenere l’antidiluviana coscienza di essere i padroni del mondo, contro il nostro inevitabile invecchiamento abbiamo creme antirughe, contro i fenomeni più bruschi e violenti della natura abbiamo case antisismiche, dal fuoco ci proteggiamo con bombole antincendio, dai fastidiosi animaletti che possono ammorbare il nostro riposo possiam difenderci con spray antimosche e antipulci, così verso le due antimeridiane nessuno ci toglierà il nostro beato pisolino sognando che il tempo si fermi e l’orologio prenda a girare in senso antiorario portandoci al mondo che la nostra mente disegna per noi…
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Quanto amo l'Antartide!! Quella dolce frescura che solletica il viso, quel sole che ammicca poco sopra l'orizzonte si nasconde come un bambino per sorridere di nuovo dopo 6 mesi, giocare a nascondino con i pinguini e fare il bagno con loro nella fresca acqua del limpido mare, avere una notte di 6 mesi per riposarsi e per fare lunghissimi sogni...un idillio. Devo proprio andare al polo sud. Ora ci vado, parto subito...
Brrrr....ma la dolce brezza dov'è? Mamma mia che freddo terribile...mi si stanno congelando i pensieri in testa....qui si muore!!!
Brrrr...e questi odiosi pinguini che ti saltano addosso e che sfoggiano questo gelido smoking da gala?? Li odio! Odio l'Antartide, non l'ho mai sopportato!!
C'è qualcosa che non funziona. Prima amore e adesso odio; la mia attrazione per il polo sud si è trasformata in repulsione non appena ho avuto l'oggetto del desiderio vicino a me.
Deve esistere qualche misteriosa regola che guida il nascere e lo scemare dei sentimenti, una valvola nascosta che fa sorgere e tramontare le nostre passioni senza chiederci il permesso. I nostri sentimenti non sono assoluti, non possiamo dominarli ma non sono totalmente indipendenti dalle condizioni in cui ci troviamo. Ciò che proviamo nei riguardi di una cosa (o di una persona) è condizionato dalla presenza o dall'assenza della cosa stessa, dalla vicinanza e dalla lontananza dell'oggetto delle nostre brame. La lontananza, seppure a volte può far nascere un sentimento di benevola curiosità o di amore (nel caso in cui rendiamo vicina con il pensiero qualcosa che in realtà non è presente, cioè idealizziamo), solitamente è ragione di indifferenza. Una persona lontana, sconosciuta, non suscita in noi alcun sentimento particolare, ci è indifferente. Le cose che ci toccano sono vicine; è nella vicinanza che nascono le liti e gli scontri. Solamente quando qualcosa ci è vicino ci accorgiamo che la convivenza (anche se si hanno posizioni leggermente diverse) è difficile; è questo il motivo per cui le antipatia nascono tra vicini: la città di Mantova non farà la guerra a Caltanissetta e non ci saranno antipatie tra Trapani e Saint-Moritz; le piccole guerre, i campanilismi e gli attriti sono sempre tra città vicine (e spesso simili). Più si è a stretto contatto più ci si sgomita, solo quando abbiamo qualcuno vicino ci accorgiamo che ci serve più spazio per stare bene. Allora nascono le antipatie nel vicinato, Pisa contro Pistoia, che odia Livorno; Firenze contro Siena, che non può vedere neppure Grosseto; Fano contro Pesaro, che odia Rimini...una selva di rancori e saluti a mezza bocca tra persone che si vogliono male non per differenze specifiche ma solamente perché stanno vicine. La vicinanza è l'anima dell'antipatia. In questi ultimi tempi la società vede l'allargamento di un odio prima moderatamente circoscritto, il movimento di globalizzazione ci rende confinanti con chiunque (anche se in campo economico), così possono nascere i rancori anche a grandi distanze (fisiche) che diventano vicinanze (sulle mensole dei supermercati). Allora nasce la paura della Cina, lo scontro "di civiltà" (o di inciviltà) tra blocchi di nazioni, insomma tutta una serie di attriti che trasformano il processo di avvicinamento in un moto di allontanamento progressivo e continuo che rende tutto il mondo nemico di se stesso. Lo specchio in cui le ragion di stato si rimirano è sempre distorto.
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Le proprietą matematiche della nostra societą
Mentre stavo ragionando sulle proprietà delle operazioni elementari (eh si, a volte non ho proprio nulla da fare), mi sono tornate alla mente nozioni apprese quando ancora ero un candido e tenero ragazzo seduto su un banchetto che adesso mi andrebbe bene come sedia. Alla mia mente apparivano gli astratti concetti di proprietà commutativa, distributiva, associativa, da tanti anno non ci riflettevo un po' e con qualche difficoltà sono riuscito a ricordarne il significato. La proprietà associativa è molto suggestiva, dice che all'interno di una operazione i dati possono essere addizionati o sommati in qualsiasi ordine senza provare cambiamenti di risultato. Che bello! è una catena di numeri che si tengono per mano e non guardano alle differenze, un insieme che non ha né gerarchie né distinzioni alcune. la proprietà associativa è, in pratica, quella che permette di eliminare ogni parentesi da una operazione, i numeri possono essere presi in qualsiasi ordine, senza precedenze e prelazioni. Tornando dall'astratto mondo delle idee matematiche con i piedi per terra mi accorgo, invece, che il mondo in cui viviamo è pieno di parentesi. Le barriere sono diventate etichette di determinazione. Il rispetto, la solidarietà, la uguaglianza, non esistono più se non accompagnate dalla determinazione specifica di destinazione. Non c'è più rispetto per l'uomo in generale, ma è doveroso il rispetto per l'orfano (in quanto orfano) per l'omosessuale (in quanto omosessuale), per la persona di colore (in quanto di colore) e per il disabile (in quanto disabile); una selva di parentesi che allontanano al posto di avvicinare, una giungla di separatori che nella società in via di globalizzazione frammentano il mondo in tribù che formalmente si rispettano ma che non vogliono aver nulla da spartire, il rispetto a distanza (la distanza di una parentesi aperta e chiusa). In che bel mondo viviamo, sempre intenti a tirare le somme ma senza nemmeno applicare le più elementari proprietà dell'operazione stessa....forse è una conseguenza dell'effetto serra, che cuoce l'uomo (che è terra) facendolo diventare di coccio..
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Alla triste ricerca della felicitą
L'uomo si differenzia dagli altri animali per la capacità di sviluppare progetti volti a ben determinati (o anche meno determinati) fini.
Mentre gli animali che non indossano vestiti sono caratterizzati da una spinta istintuale che va oltre ogni ragionamento più complesso (anche nelle specie più intelligenti non si va oltre la situazione vissuta al presente), gli uomini si muovono in vista di obiettivi a breve, medio e lungo termine.
Gli obiettivi dell’uomo sono però sempre più intrecciati, sfilacciati, ogni filo ha perso il suo capo e ne risulta un groviglio di tensioni ed emozioni inestricabile. Fare un passo avanti per perseguire un fine significa farne due indietro per conciliare la risolutezza che speriamo di avere con le capacità psico-fisiche del nostro organismo. Siamo in un eterno walzer tra piacere e dovere, durante il walzer non è raro pestarsi i piedi da soli. Il mondo che ci circonda incide sul nostro gusto e sui nostri desideri, abbiamo una innata attrazione verso ciò che non c’è; siamo esseri tendenti ad “altro”. Sogniamo il caldo estivo quando siamo infagottati di maglie e maglioni a dicembre; rimpiangiamo il freddo invernale quando sudiamo al sole di luglio; abbiamo bisogno di riposarci su un morbido letto quando facciamo una qualche attività ma ci annoiamo se oziamo un minuto di troppo; ci viene l’acquolina in bocca al solo pensiero di un certo piatto ma se ci si presenta davanti per due giorni consecutivi il nostro stomaco ha un sussulto di protesta; vediamo volentieri una persona per qualche ora ma poi è per noi una palla al piede per l’altra parte della giornata; ci fa piacere ospitare un amico ma la puzza che emana dopo tre giorni dall’arrivo ci fa star male; ogni cosa ha il suo tempo ma il nostro orologio sogna sempre l’ora sbagliata. Non tutto il male viene per nuocere però, la nostra capacità di cambiare in continuazione (che è l’altra faccia dell’incapacità di essere stabili su qualcosa), ha anche risvolti positivi: non ci fossilizziamo su qualcosa ma cerchiamo nuovi stimoli in tutto; le esperienze più disparate arricchiscono il nostro bagaglio culturale e ci fanno vedere il mondo con maggiore consapevolezza, portandoci ad una tolleranza che non è la caratteristica principale dei monoliti; davanti alla medesima libreria riusciamo a trovare sempre libri nuovi perché ogni giorni sono i nostri interessi ad essersi ampliati. Insomma, la nostra mutevolezza, anche se a volte può dar fastidio ed essere additata come difetto, è forse la scala che abbiamo usato per salire fino al punto in cui siamo oggi. Sperando di non cadere, creando falsi gradini su cui appoggiare i nostri piedi, procediamo in questa empatia con il mondo stando però attenti a non risultare antipatici al mondo stesso (si potrebbe vendicare e già sta iniziando a farlo).
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Abbiamo i paraocchi come i cavalli...ma corriamo pił piano
Quando l'uomo viene paragonato a qualche animale occorre sempre procedere con cautela. Non possiamo paragonarci a cani perché abbiamo scoperto che oltre ad essere meno pelosi, siamo anche meno fedeli di loro; non ci paragoniamo a scarafaggi perché essere piccoli e neri, ancorché praticamente invulnerabili, non ci si addice affatto; del serpente potremmo avere sia il veleno sia l'abitudine a strisciare viscidamente, ma la capacità di mimetizzarci proprio ci manca; ogni animale ha qualche pregio che ci manca, il cavallo forse ci si può avvicinare. Non però il cavallo come animale in sé, sarebbe troppo bello, muscoloso. Del cavallo non abbiamo né la folta criniera (almeno non l'abbiamo a lungo) né il sorriso smagliante; non abbiamo la capacità di dormire in piedi, cosa che risulterebbe molto utile al lavoro; non abbiamo la velocità e lo sprint della sua cavalcata. Allora che abbiamo del cavallo? I paraocchi. Mentre per i cavalli, però, i paraocchi sono accessori esterni, noi ne siamo dotati per natura. Senza nemmeno bisogno di un fantino che ci monta in groppa e ci frusta per farci andare nella direzione voluta, noi procediamo nell'illusione di essere autonomi, mentre siamo automi (c'è solo un "no" di differenza). Nascosto dietro il nostro paraocchi c'è il mondo come non vorremmo che sia, il mondo che ci si nasconde e, non visto, ci entra in testa senza che ce ne accorgiamo.
Guardiamo come funzionano i paraocchi:
Proviamo a metterci a qualche centimetro dallo schermo e, chiudendo l'occhio destro, fissiamo il pallino. Ora allontaniamoci pian piano e vedremo scomparire la croce. Se la guardiamo fissa la vediamo dalla coda dell'occhio la vediamo sparire. Questo accade anche con l'altro occhio fissando la croce: il pallino sparisce come per incanto e noi abbiamo finalmente individuato quanto i paraocchi facciano parte di noi. Bene, individuato il punto da cui tutto ciò che non desideriamo entra nella nostra vita abbiamo solo un rimedio: chiudere gli occhi e andare avanti senza guardare....sbong!!! come non detto...qualcuno mi aiuti....
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I prezzi vanno alle stelle e noi cadiamo dalle nuvole...e dalle
sedie
Stavo facendo la mia solita ginnastica dell’ozio, per allenare la mia mente a non perdersi negli immensi spazi dell’oblio quando un rumore mi viene a disturbare. Uno scricchiolio strano fa prima traballare la sedia sulla quale sono (ero) seduto e in pochi istanti manda a terra il sottoscritto con notevole, lo confesso, spavento. Dopo aver fatto la conta dei danni, non lamentando dolori né alle articolazioni elementari né a quelle complesse, posso lasciarmi andare ad uno sfogo che investe la già atterrata sedia. Non è bene che io stia troppo in piedi però, il mio ozio si potrebbe rovinare sensibilmente. Dopo un altro po’ di riposo decido di comprare, sempre con la dovuta calma, un’altra sedia che possa reggere il peso della mia pigrizia. Seduto (sia mai!) al volante della mia automobilina, vado al più vicino centro commerciale e acquisto l’utile quadrupede legnoso. Tralasciamo la questione della comodità, anni e anni di abitudine non si cancellano in un giorno, quello che mi lascia perplesso è il prezzo. Per aggiudicarmi l’oggetto ho dovuto sborsare una cifra che mi sembra eccessiva, possibile che costi così tanto starsene beatamente seduti? Questo pensiero rischia di rovinare la mia tranquillità. Occorre farlo sparire subito; occorre che mi dia una risposta al più presto. Mi atterrò alla collaudata tecnica di Mike Bongiorno”: “la prima risposta è quella che conta”. Poco importa se arriverò ad una conclusione sbagliata, l’importante è togliermi questo rovello dalla mente, vediamo un po’ allora…sedia…legno…falegname…Geppetto…Pinocchio…grillo parlante…fata turchina…un momento, sono andato troppo avanti…dunque…legno…falegname….ecco!!
Una volta, tanto tempo fa (uffa…sono di nuovo in ambito favolistico), quando avevo bisogno di una sedia andavo dal falegname. Pagare il falegname era come dare un soldo a lui, un soldo al taglialegna e un soldo al fabbro che forgiava gli utensili utili al lavoro. Tornando a casa con la mia sedia da tre soldi sotto il braccio ero pronto a mettermela sotto il sedere e non pensare ad altri problemi. Oggi sono andato a comprare la sedia ma non capisco come si siano sparsi i miei denari, vediamo di fare una ipotesi:
- un euro l’ho lasciato sicuramente al commesso che mi ha servito…mi stava pure antipatico, vabbè;
- un euro sarà andato pure a quella lumaca di cassiera che mi ha fatto venir voglia di usare la sedia ancora prima di pagarla;
- un sorriso smagliante. Grazie per aver scelto il mio negozio, sono il proprietario…so dove vuole andare a parare: un euro;
- un euro all’istallatore della scala mobile che mi ha postato al primo piano, camminare stanca, diamoglieli volentieri;
- un euro per quella bella insegna nuova che hanno messo, che belle luci…quasi quasi gliene do due…no no, risparmiamo;
- ma quanto costerà l’affitto di un locale così grande? Come? Va bene, ho capito…un euro;
- ci sarà un falegname qui dentro? Non credo, le sedie arriveranno da fuori…mi faccio troppe domande, ecco che mi ruba un euro anche il trasportatore;
- mi starò mica scordando di pagare la luce? Euro;
- Oh cavolo! È tornato il camionista a prendermi un secondo euro, per l’insegna del suo camion…lo dico sempre io, che piaga il traffico;
- il tizio davanti a me pretende dei soldi…dice di essere il fabbro…non ne ha l’aria ma un euro non glielo posso negare;
- no no, basta! Niente più soldi al camionista…come? Per il trasporto dal fabbro al falegname? Mmmm…comincio a sentire odore di bruciato…ecco l’euro;
- il trasporto fino al falegname…allora ecco chi è questo signore in giacca e cravatta! Non ha l’aria di un Geppetto, vabbè. Ecco l’euro;
- adesso mi sto scocciando! Il trasporto dal taglialegna al falegname?? In effetti il discorso non fa una piega. Euro;
- un altro signore in giacca e cravatta. No, questa volta non mi frega, non può essere il taglialegna. Mi mostra una spilla d’oro a forma di scure, davanti a questa prova schiacciante non posso accampare scuse. Un euro;
- dovrei aver pagato tutti, torno a casa, accendo la tv e vedo la pubblicità del centro commerciale appena visitato…un braccio esce dallo schermo e mi rapina dell’ultimo euro.
Mi sveglio di soprassalto. È stato tutto un sogno, mi sono addormentato sulla sedia nuova; mamma mia, che mal di schiena! Non fanno più le sedie di una volta, 15 euro buttati.
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Dalla logica alla metafora: il popolo pił bisognoso della terra
Il progresso è inarrestabile, siamo sulla via di una sempre più spiccata spiritualità. Siamo partiti dalla condizione di zotici bruti, sconvolti e guidati dalle passioni più irrazionali, per giungere finalmente ad una più raffinata ed evoluta sensibilità. I gradini saliti sono stati tantissimi, con il fiatone e la fronte imperlata di sudore, abbiamo davanti a noi ancora molta strada per arrivare alla pura astrazione dal corpo, ma siamo comunque in una condizione di eccellenza intellettuale. Volgiamo lo sguardo indietro e guardiamo se il nostro percorso è stato in linea retta o contorto e sinuoso oltre il dovuto. Abbiamo fatto enormi progressi nella conoscenza dell’universo e di noi stessi, abbiamo cominciato a guardare oltre i ristretti confini del nostro giardino anche se questo ha comportato la scoperta che quello del vicino è più verde e fertile. Le sfide della scienza non ci spaventano, le affrontiamo senza indietreggiare, tesi a poter progredire anche di un solo gradino sulla scala della felicità. Ma siamo sempre più bisognosi di felicità. Come è possibile? Perché i piaceri della vita sono diventati meno piacevoli? Deve esserci una spiegazione: prendiamo una lente di ingrandimento e da improvvisati investigatori proviamo a cercarla. Forse la fame di felicità sta nel fatto che siamo a digiuno da troppo tempo, viviamo in un mondo che non ci offre il minimo agio. Non può essere questo, ci sono persone che hanno tutti gli agi immaginabili ma restano affamate. Non c’è che una possibilità: sono cambiati i nostri bisogni, li percepiamo in un’altra maniera.
Molti bisogni che sentiamo non vengono da noi stessi, ci sono indotti da forze esterne e (quelle sì) intelligenti. Davanti ad un bisogno perdiamo ogni logica, siamo un fascio di emozioni. Probabilmente diventiamo molto simili a come dovevano essere i nostri più creduli e lontani antenati. Ogni stimolo ben indirizzato crea un’emozione, ogni emozione crea un bisogno. Un sistema perfetto. Viviamo nell’eterna giostra, tornando dalle emozioni ai bisogni e dai bisogni alle emozioni. Girare sulla giostra ci fa venire il mal di testa, siamo sempre più storditi ma sempre più pronti ad un nuovo ed emozionante giro.
Una persona ha voglia di riposarsi, si stende sulla sua soffice e morbida poltrona, il corpo è coccolato e avvolto dal caldo tessuto, gli occhi lanciano un’ultima occhiata al bracciolo che si fa sempre più vicino e…un pensiero…l’ultimo pensiero…“questa poltrona andrebbe cambiata, c’è un’offerta al supermarket”. Fine del riposo, non si può riposare su una poltrona da buttare. Il sonno va placato altrove. Abbiamo una smania di acquisti che non sappiamo placare se non mettendo mano al portafogli. Questa è la società dell’"ultimo modello", tutto deve essere aggiornato. Il fatto strano però è che non è più l’oggetto che deve essere aggiornato alle nostre esigenze, ora sono le nostre esigenze che corrono dietro all’oggetto. È un galoppo inarrestabile in cui i paraocchi non sono stati messi al cavallo ma a noi fantini improvvisati (e di nuovo emozionati per la nuova esperienza). Un telefono cellulare non serve più per telefonare, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui lo si sostituisce anche se funziona benissimo; un’automobile non serve più per spostarsi da un luogo ad un altro, altrimenti perché cambiarla dopo 2 o 3 anni, quando ancora funziona benissimo? Tutto diventa il prolungamento di se stessi, ogni cosa diventa una proiezione del nostro Io. Una bella macchina, un bel telefono cellulare ultimo modello, un paio di scarpe firmate diventano elementi per giudicare una persona. Siamo giudici facilmente emozionabili, o bambini dal giudizio molto facile. Lungo la scalinata del progresso ci deve essere qualche gradino rotto, siamo precipitati più in basso e non abbiamo più voglia di risalire. Pur contrari ad ogni condizionamento e fermi assertori della libertà, ci siamo adagiati su questa nuova dittatura del mercato senza troppo soffrire, affermiamo anzi che sia una cosa da salvare, con qualche aggiustamento accessorio. Siamo bombardati di informazioni ma non sappiamo più che cosa ci sta succedendo attorno. Stiamo passando dal regno positivistico della logica, al regno favolistico della metafora. Per convincere una persona non occorre più fare un discorso logico, basta fare un qualche esempio emotivamente stimolante (ma non per questo esatta) per raccogliere consensi e applausi. Basta mettere sui due piatti della bilancia cose che toccano il cuore, non importa se si pesano sentimenti come fossero cocomeri. Oggi tutto è sensazione, eccitazione, fascino. Non abbiamo più il tempo di esaminare se una cosa è buona o meno, basta che un componente sia accettabile per portarci a casa tutto il pacchetto. Come si spiegherebbe altrimenti il fatto che per vendere una brioche ci venga mostrata una famiglia felice e spensierata? Che relazione c’è tra un liquore e un pilota che vola in mezzo ad una tempesta senza vento? Quale arcano segreto si nasconde il fondoschiena di una donna se è lo strumento di marketing più usato al mondo? A noi non interessa, se ci piace lo spot della famiglia felice siamo portati a riempirci la bocca di genuine brioches che restano morbide e fresche per mesi e mesi; non si bada più al prodotto, si bada alla presentazione. L’abito fa il monaco, il convento e anche la preghiera. Noi in religioso silenzio (assenso) assorbiamo tutto e agiamo di conseguenza. Oggi sono parole come “uno studio dice”, “clinicamente testato”, “più genuino”, “il più raccomandato”, “la tecnologia del futuro”, etc, riescono a far breccia anche nel cuore più indurito dall’avarizia. Il numero dei bisognosi aumenta sempre più. Oltre alle stime su coloro che vivono con 2 o 5 dollari al giorno dovrebbero essere fatte quelle per coloro che proprio non riescono a vivere sotto 2000 o 5000, si potrebbero trovare risultati più interessanti ancora. Troveremmo in questa fascia i veri bisognosi, non quelli che sanno sorridere con un dollaro in mano, ma quelli che piangono in limousine; quelli che come Paperon de Paperoni fanno il bagno nell’oro ma non si accorgono che per lavarsi è di gran lunga meglio l’acqua.
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Effetto Kulesov, ovvero l'importanza del contesto
L'effetto Kulesov è ciò che risulta da un esperimento cinematografico fatto da Lev Kulesov (uno dei maggiori registi e teorici del cinema russo, autore di Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi e di Dura lex, per citare solo i migliori) in sede di montaggio. Allo stesso primo piano di un attore (Ivan Mozzuchin, per la cronaca e per la storia) venivano alternate figure differenti, una volta del cibo, una seconda volta un cadavere ed una terza un bambino. Il risultato dell'esperimento (l'effetto Kulesov, per l'appunto) è che lo spettatore percepisce l'espressione dell'attore in funzione di ciò che gli è accostato: nella prima sequenza il volto di Mozzuchin trasmette l'idea di fame; nella seconda l'idea di tristezza; nella terza, quello stesso, identico fotogramma del volto, è capace di veicolare allegria.
L'esperimento fa riflettere, contraddice il vecchio proverbio (che in verità non aveva bisogno di altri avversari, così bistrattato com'è) per cui l'abito non farebbe il monaco. Forse è un retaggio di quell'horror vacui (la paura del vuoto) che ci fa diventare tutti affetti da vertigine cerebrale; tutto deve essere pieno di significato altrimenti sfugge alla nostra griglia di percezione e si perde per sempre nell'oblio. Le cose insignificanti non lasciano traccia in noi quindi, per raccogliere la più grande massa di giudizi possibile, se qualcosa non ha senso siamo pronti ad attribuirglielo noi. In fondo siamo animali interpretativi, i nostri schemi mentali, basati sulla legge di causa-effetto, hanno bisogno di legare due eventi (le due inquadrature) con un nesso di causalità o di consequenzialità. Il nostro cervello è una sorta di casellario gigantesco con annessa sala d'aspetto, noi tendiamo a incasellare il più possibile lasciando la sala d'aspetto sempre vuota (il sogno di ogni pronto soccorso). Un esempio pratico su tutti è il seguente:
Il nostro cervello tende a riempire il vuoto che c'è tra le figure e ci mostra un triangolo che invece non c'è; vediamo qualcosa di inesistente laddove l'immagine ci mostra solo tre personaggi di Pacman che conversano amabilmente tra loro.
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Alzati e cammina: l'idea di malattia č in movimento
Secoli addietro non era argomento interessante indagare il confine che passava tra la salute e la malattia, esso era netto (anche troppo), riconoscibile e con nessuna sfumatura che potesse far pensare ad una parentela tra le due condizioni. Passando attraverso il Novecento, tra i due blocchi granitici sono comparse delle funi di congiunzione, fili su cui abbiamo steso i panni sporchi (quelli che solitamente si lavano in casa) per decenni e decenni. L'impostazione freudiana ci ha condotti alla consapevolezza la nostra "mente" è una selva di sentieri bui, interrotti o contorti, che noi non ci saremmo mai aspettati di trovare. Se Copernico, con la sua rivoluzione, ci ha portato a non sentirci padroni dell'universo, Darwin ci ha ammonito di non essere padroni del creato, Freud fa l'ultimo passo e ci informa che non siamo padroni nemmeno di noi stessi....una interessante parabola di espropri.
Tornando al punto, la condizione umana è problematica e reca in sé la continua tensione tra salute e malattia che, in quella fascia comprendente la media della popolazione, viene definita normalità (o più ottimisticamente, sanità). Visto che il mondo sta cambiando e l'uomo, se vuole viverci sopra, deve corrergli appresso, bisogna accettare un nuovo concetto di sanità accanto a quello convenzionale che già ci stava abbastanza stretto. La salute viene sempre più a coincidere con la capacità di produrre (ricchezza, nella fattispecie). Dall'indagine del sintomo, qualche chiave per aprire la strada alla cura più efficace per l'individuo, si è passati alla semplice rimozione del sintomo, quale scopo ultimo e finale della cura. Siamo diventati collezionisti di chiavi e ci accontentiamo di sbirciare dal buco della serratura quello che avviene all'interno del nostro organismo; siamo tutti voyeur (ecco una possibile spiegazione del proliferare del reality show).
La carrellata di esempi potrebbe allungarsi a dismisura (diventerebbe come la carrellata infinita di imprecazioni furibonde in cui si spertica Benigni nel film Berlinguer, ti voglio bene). Proviamo a farne qualcuno.
Negli Stati Uniti, i soldati reduci dalla Seconda Guerra Mondiale erano fortemente traumatizzati, necessitavano di trattamenti molto lunghi per superare (forse) le gravi conseguenze che la terribile esperienza vissuta aveva fatto insorgere in loro. Ad una terapia lunga e calibrata, caso per caso, si preferì una serie di interventi che potessero "rimettere in piedi" il paziente tempi brevi. Alle sedute psicanalitiche si sostituirono psicofarmaci che presentavano due indubbi vantaggi: rendevano l'uomo immediatamente produttivo facendo sparire i sintomi che gli impedivano una vita normale; erano utilizzabili da molte migliaia di persone. A questi motivi se ne aggiunse ben presto un terzo, essendo farmaci da assumere costantemente (provocando in alcuni casi una certa dipendenza fisica e psicologica), erano e sono estremamente redditizi per le case farmaceutiche che li producono e li vendono.
Un altro stimolo a terapie brevi viene da un tipo di sanità che è attenta più ai profitti che al rispetto del nome che porta; la privatizzazione dell'assistenza sanitaria, l'interesse delle compagnie assicurative che sborsano meno soldi allorquando il loro assistito è "guarito" in 5 giorni piuttosto che in 5 mesi, favoriscono il diffondersi di una ricerca medica che punta più sull'efficienza economica che su quella terapeutica.
Ormai questo tipo di approccio alla malattia è diffuso ovunque, appena il termometro segna 37° apriamo il cassetto dei medicinali e ingurgitiamo la pillola che fa al caso nostro. Poco ci interessa del fatto che la febbre è una risposta che il nostro organismo mette in atto per reagire a qualche evento (o organismo) perturbante, invece di allearci con la febbre e metterci al caldo ad aspettare che la piccola battaglia sia vinta, diamo un colpo in testa alla febbre e ce ne andiamo tranquilli a giocare la partita di tennis che altrimenti avremmo perso (come in una nota pubblicità....due cene addio, tre ore di tennis perse...). Tutto ciò si sposa perfettamente con l'ormai necessaria organizzazione del nostro tempo, abbiamo talmente poco tempo libero che quel poco di cui disponiamo deve essere sfruttato al meglio. Se valesse la pena continuare si potrebbe citare l'accanito fumatore, che scarta il pacchetto in cui è scritto chiaramente che fumare non è proprio il massimo della salute, per poi correre preoccupato dal medico quando sopraggiunge (inspiegabilmente) una tosse che farebbe scappare a gambe levate l'uomo delle nevi. Se proprio ci si chiedesse un altro esempio basterebbe entrare in un ristorante macrobiotico, appostarsi vicino al banco per non più di 5 minuti e mettersi in ascolto, una persona direbbe in breve una frase del tipo: "oggi sono venuto qui perché ieri ho avuto un gran mal di fegato, mi voglio purificare un po'". Ma se una persona è convinta che mangiare in un certo modo faccia bene, perché lo fa solo quando ha un disturbo? Non sono un salutista, quindi anche io sono nel mirino di me stesso, quello che noto è che viviamo in un mondo schizofrenico, un mondo in cui sappiamo che fare delle cose ci danneggia ma le facciamo comunque, un mondo in cui la frase più pronunciata delle persone che si alzano dal tavolo di un ristornate (quelli che possono permettersi di andare al ristorante) è: ho mangiato troppo. Per concludere, un pensiero """poetico""":
Siamo la civiltà del bicarbonato,
per digerire quello che non ti volevi mangiare,
ma che ti sei mangiato.
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Omaso e abomaso, dal poligastrico sistema di filtraggio
alla ruminazione mentale
L'apparato digerente dei ruminanti è un perfetto meccanismo, funziona attraverso una serie di organi (rumine, reticolo, omaso e abomaso) che costituiscono assieme una perfetta e sincronizzata "macchina" per assimilare cibo. L'animale raccoglie una grande quantità di cibo nel rumine e la notte lo mastica con calma facendolo fluire nell'omaso e nell'abomaso completando così il ciclo digerente. Noi uomini abbiamo una fisiologia differente, il nostro unico stomaco non ci permette un così alacre e diligente lavorio ma ci siamo adeguati. Intimoriti dai precetti biblici che considerano immondi gli animali non ruminanti (Lv. 11,3 - Dt. 14,6) abbiamo fatto tutto quello che potevamo per piacere all'Eterno Padre. A dire il vero stiamo provvedendo anche per ciò che riguarda le altre due condizioni necessaria per non essere immondi (i medesimi riferimenti biblici): per l'essere quadrupedi ci stiamo a poco a poco allenando a stare la maggior parte della giornata su sedie a quattro gambe; per l'unghia divisa stiamo provando a sperimentare (sul genere femminile) delle unghie finte che, mantenendo parvenza di unicità, fanno in modo che ci siamo 2 unghie separate da un sottile strato di materiale collante.
Tornando alla questione dei ruminanti, molto è stato fatto, per lunghissimi anni e ormai possiamo affermare con la più solida certezza che anche l'uomo, pur monogastrico, è un ruminante. Non potendo dividere il lavoro tra omasi e abomasi, tra rumini e reticoli, abbiamo trovato la nostra dualità in altre coppie di dialoganti nemici giurati: istinto e ragione; cervello e cuore; piacere e dovere; salute e malattia o, meglio ancora sano e malato. Attraverso queste coppie di vocianti contrari (che a volte dialogando trovano accordi temporanei, per poi litigare nuovamente e togliersi il saluto) e fornendo loro materiale non organico ma più raffinato, abbiamo fatto sì che le nostre determinazione e i nostri pensieri siano sempre la nota suonata sulla corda tesa tra questi poli in conflitto tra loro. Ogni sensazione esterna entra in noi in modo automatico, inconscio, si deposita su un qualche ricettacolo e lì aspetta di essere elaborata; negli organismi elementari la determinazione avviene tramite l'istinto ed è assolutamente in tempo reale. Il nostro complesso meccanismo di deliberazione (che nulla ha da invidiare al più scalcinato sistema giuridico che si possa immaginare) si vede invece arrivare le informazioni alla rinfusa, portate da chiunque si trovi in quel momento a passare davanti al ricettacolo; la fiducia è un concetto più utopico che reale in questi casi, le informazioni portate dal cuore sono spolverate e scelte con cura tra tutte quelle pervenute, gli elementi che potrebbero turbare sono scartati e nascosti tra le pieghe della memoria (il grande archivio cui fanno capo le più furibonde liti tra le parti in causa), ogni cosa è infiocchettata e profumata; la ragione non si cura delle buone maniere, porta carte impolverate e sudice, nulla è importuno e nulla è tenuto da parte; ognuno, insomma, porta quello che può far pendere la bilancia del giudice sonnacchioso dalla propria parte.
Esempi ne abbiamo ogni momento sotto gli occhi, il cuore porta all'attenzione del giudice quell'unica parola gentile che l'amato ci rivolge (spesso nascondendo sotto lo zerbino della memoria altre decine di parole meno simpatiche). La ragione porta ogni prova che possa far sobbalzare il cuore dall'emozione e che possa annullare ogni suo slancio poetico. Il piacere mostra la bellezza di una giornata assolata e ne decanta le lodi mentre il dovere ricorda che è meglio negarsi qualche giornata di sole che un futuro di realizzazione personale. La salute porta davanti a noi un piatto di carote lesse e un bicchiere d'acqua minerale a temperatura ambiente mentre di fronte ad essa c'è chi offre montagne di cioccolata che si coprono di panna montata mentre un venticello odorante di torrone mormora che a stomaco pieno tutto sorride all'uomo.
Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma noi ruminiamo, ruminiamo sempre, mastichiamo e rimastichiamo idee e pensieri, decidiamo e ci tiriamo indietro, facciamo qualcosa e ci pentiamo, evitiamo di fare qualcos'altro e lo rimpiangiamo. Siamo in perpetua tensione tra il visto e il pensato, tra il pensato e il voluto, tra il voluto e lo sperato, tra lo sperato e l'ottenuto. Ruminiamo tutto il giorno e sogniamo di notte gli scarti delle nostre masticazioni. Non si vuole poi entrare nella ruminazione che da secoli gli uomini di cultura fanno sui pensieri (a volte già triti e ritriti, quindi così digeribili che una nuova masticazione porta solo allo stato liquido ciò che ancora si potrebbe trattenere) di chi prima di loro ha ruminato. Buona parte della storia del pensiero è il racconto di una ruminazione metodica e continua. ma non ci soffermiamo su questo punto, potrebbe venirci acidità di stomaco. Una cosa è certa, se i ruminanti sono animali mondi allora noi ci siamo riusciti. Siamo mondi, che più mondi non si può
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Davanti allo specchio. Una riflessione socio-scientifica
Lo ammetto, i miei capelli non sono mai stati tagliati in modo impeccabile (ve lo dice l'artefice dei tagli) ma c'era sempre qualcosa di strano che tuttavia non ha mai attirato fino in fondo la mia attenzione. Oggi invece ne sono certo, i miei capelli bianchi crescono più velocemente di quelli che bianchi non sono. Forte di questa mia nuova scoperta scientifica, uscito dalla riunione di gabinetto, comprendo ogni cosa in modo più chiaro e limpido.
Tutto è squadernato nella sua semplicità davanti ai miei occhi. è tutta una questione di colore.
Ora capisco perché la classe lavoratrice si sta sempre più imbiancando; capisco perché gli stipendi dei colletti bianchi si stanno ingigantendo sempre più; perché le morti bianche sono ancora un serio problema che non si riesce a risolvere; capisco perché i detersivi lavano sempre più bianco; mi è chiarissimo perché una sola notte bianca faccia più notizia (e riempia più le tasche dei venditori di divertimento) di tante altre notti nere; comprendo perché le schede bianche alle ultime votazioni abbiano sollevato un casino tremendo; capisco perché anche se sei andato in bianco una sola volta nella tua vita, te lo ricordi per sempre; è perfettamente normale che si pianga sempre sul latte versato e mai sul caffè; mi pare ovvio che se si potesse scegliere tutti vorrebbero un assegno in bianco; riesco anche a comprendere il motivo per cui una nana bianca sia più calda di una gigante rossa; capisco anche perché si canti "Bianco Natale" anche se non c'è la benché minima ombra di neve; queste e tante altre cose che non si potrebbero nemmeno elencare, se le elencassi tutte certamente vi farei venire i capelli bianchi....allora forse capireste!!
Passando davanti ad uno specchio mi sbircio di nuovo e mi viene un dubbio: e se i capelli bianchi avessero proprio nel loro numero esiguo la loro forza? Una profezia per il futuro? Resto pensieroso e affranto, avrò la risposta quando i miei capelli bianchi saranno sempre di più... vi farò sapere.
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