Se, come in certi casi avviene, il lavoro è un’arte, il precario può certamente essere annoverato nella schiera degli artisti minimalisti. La sua arte minimale parte dalla sua caratteristica più profonda: il contratto.
Non c’è nessun “fronzolo” nel contratto del precario, nulla di più della sua manodopera o “mentedopera”, non esistono ferie, non c’è malattia, non ci sono feste e non ci sono mensilità aggiuntive; c’è solamente il suo effettivo lavoro e null’altro. Per tutte queste voci ci sarebbe un discorso a parte da fare, che magari farò in un altro intervento.
La voce che fa sentire maggiormente la sua mancanza però non è contemplata tra quelle citate sopra, è un’assenza strana e paradossale: il TFR. L’utilità del Trattamento di Fine Rapporto sta nel fornire un aiuto nel momento in cui un rapporto di lavoro cessa e si ha necessità di trovarne un altro; una persona che perde il lavoro e si mette alla ricerca di un nuovo impiego non è sempre (per non dire che non lo è mai) così fortunato da trovarlo in brevissimo tempo, il TFR serve proprio per coprire quel periodo di ricerca e per non far sprofondare il lavoratore (ex e futuro, si spera, tale) nell’indigenza. Saremmo portati a pensare che uno strumento del genere debba essere implementato e rafforzato nell’epoca del lavoro precario. Laddove il lavoro diventa meno stabile e si moltiplicano i tempi di passaggio da un impiego all’altro, uno strumento come il TFR dovrebbe essere il primo dei diritti dei lavoratori….dovrebbe. Nulla di tutto questo, ci si diletta con l’arte minimale, con il virtuosismo del togliere, siamo prigionieri della libertà di mercato, siamo merci da scambiare, pezzi di ricambio in questa fiera generale del nuovo e dell’usato.
Occasionissima!!! Vengano signori! Prendi uno, paghi mezzo! Solo per questa generazione…affrettatevi!
Quando il nostro pensiero si perde alla ricerca dei costumi che caratterizzavano i nostri più remoti antenati, non possiamo fare a meno di notare, con soddisfatto amor proprio, quanta distanza ci separa da quegli zotici bestioni che chiamiamo uomini primitivi.
Uno dei costumi che riconosciamo a quegli energumeni è il nomadismo, l’abitudine di muoversi da un territorio all’altro per poter sopravvivere. Quando ancora l’agricoltura non aveva piantato radici e l’allevamento non era praticato, l’unico sostentamento veniva dalla caccia e dalla raccolta di vegetali; nel momento in cui i vegetali finivano e la caccia dava scarsi risultati occorreva prendere armi (poche) e bagagli (ancora meno) e spostarsi altrove per trovare condizioni più favorevoli.
Con il procedere della storia l’uomo ha perso l’abitudine al nomadismo ed ha iniziato a sfruttare la natura in modo rinnovabile (con l’agricoltura), insediandosi stabilmente in un luogo.
L’agricoltura e l’allevamento fissano l’uomo alla terra, per secoli la vita delle persone si poteva riassumere nelle ultime parole del Candido di Voltaire “dobbiamo coltivare il nostro giardino”.
Negli ultimi anni però si sta assistendo ad un calo degli uomini addetti al settore primario (quindi agricoltura e sfruttamento del terreno), la conseguenza è il disancoramento dell’uomo al suolo.
Stiamo tornando al nomadismo, e tutto per la stessa ragione che spingeva a questo costume i nostri ormai dimenticati antenati: la sopravvivenza. Per sopravvivere (in questa società) occorre munirsi di automobile, benzina (che fan parte degli indispensabili beni di sussistenza primaria, benché poco commestibili, almeno per i palati più raffinati) e prepararsi a spostarsi ogni giorno di una distanza che i nostri famosi, e ormai saggi e preveggenti, progenitori avrebbero coperto in diversi giorni di stentato cammino.
Il lavoro è quasi diventato un circo itinerante, occorre cercarlo, seguirlo, rincorrerlo e, dopo averlo afferrato (seppur poco saldamente), lasciarsi trasportare da esso per non trovarsi nella condizione di perderlo e vederlo allontanare.
La nostra sopravvivenza è quindi legata allo spostamento, al pendolarismo, alla trasferta. La giornata è racchiusa nei limiti di un’andata ed un ritorno i cui confini sfumano, non si capisce se si va al lavoro o ci si ritorna; la sede principale della nostra vita non è più così certa: si è pendolari per muoversi da casa e andare al lavoro o piuttosto per andare a casa dal lavoro (diventato parte della nostra stessa vita)? Qual è la sede principale di noi stessi? Occorre portare tutto dentro di sé, ma lasciamo il nostro nostalgico bagaglio sulla soglia di casa o sul pianerottolo dell’ufficio?
Abbiamo fame. La fame ci fa vaneggiare.
Per riempire il piatto occorre fare parecchia strada. Possiamo gioire per aver superato l’asino di Buridano, il quale affamato e assetato, posto ad eguale distanza da un mucchio di fieno e un secchio d’acqua (uno a destra e uno a sinistra) non poté scegliere tra le due opzioni o morì di stenti; noi siamo molto più evoluti, andiamo prima da una parte, poi dall’altra ma moriamo di fame lo stesso…un bel passo avanti.
A questo punto non possiamo fare altro che gioire della ritrovata immacolata innocenza dei nostri avi, un pensiero però mi ronza in capo: in un giorno io mangio un piattino di verdura, qualche frutto e (quando capita) qualche boccone di carne; davvero per raccogliere il necessario per cibarmi in una giornata ci metterei otto ore? Un dubbio mi solletica…..per chi sto realmente lavorando io?
Aggirandosi un poco per il mondo del lavoro ci si imbatte fatalmente in un individuo che, pur avendo l'aspetto di un comune lavoratore, nasconde un curioso segreto: è più flessibile, allungabile e snodabile di Carletto, il principe dei mostri. A tutta prima pare una persona normale, diligente e cordiale; è pronto a rispettare fantozzianamente i suoi orari e a svolgere i compiti che gli sono affidati, ma non basta: a lui si chiede qualcosa in più. Lui può offrire all'azienda qualcosa di molto prezioso, ciò che l'azienda ha sempre sognato ma non ha mai osato chiedere: l'assunzione di una persona a rate (dopotutto non si paga a rate anche un qualsiasi elettrodomestico?). La nostra tradizione religiosa ci ha sempre abituato a "manne" che arrivano dal cielo, ora i tempi sono cambiati, ora i miracoli vengono dalla terra. Tralasciando le possibili cause scientifiche della comparsa di questa nuova specie, ringraziamo invece il cielo (pardon, la terra) se in un tempo in cui tutto si va estinguendo, una nuova specie di mammifero sorridente e scattante ha fatto la sua comparsa (sarebbe da chiedersi se l'estinzione sia imminente per il lavoratore fisso, ma lasciamo correre...a miracolo donato non si guarda in bocca).
Tracciare un profilo esaustivo di questo nuovo e affascinante animale è cosa ardua ma, cercando di non perdere le sue tracce mentre si arrampica, si flette, si contorce alla ricerca di un lavoro di qualche settimana, ci proveremo:
- ha visto più colloqui di lavoro lui di quanti tasti Rachmaninov abbia spinto al pianoforte in tutta la sua vita;
- è sacrosanto (pur avendo 4 lauree e 5 o 6 master alle spalle) fare sei mesi di tirocinio per imparare a utilizzare una fotocopiatrice;
- se al posto di seminare curricula seminasse grano la fame nel mondo sarebbe risolta;
- quando l'oroscopo recita "problemi sul lavoro" comprende finalmente la divina grandezza di Branco o di Paolo Fox;
- che cosa sono 100 km al giorno? un apostrofo rosa tra le parole "il pieno" e "grazie";
- pur essendo un abilissimo equilibrista riesce difficilmente a farsi assumere (tanto meno stabilmente!!!) in un circo;
- non si preoccupa affatto dell'annosa questione delle pensioni, lui sa che l'argomento non lo riguarda nemmeno da lontano;
- non perde tempo a fare conti inutili, se i mesi sono 12 restano tali, non si deve spremere inutilmente le meningi per capire da dove escono tredicesime o quattordicesime mensilità;
- non ha rapporti di amicizia a tempo indeterminato, non ci è abituato, o si stabilisce con un contratto fino a quando ci si deve salutare o non se ne fa nulla!;
- si prende estremamente cura di sé, la sua salute è una delle cose principali da salvaguardare, nessuno lo paga per star male, pur di conservare il lavoro si va a lavorare anche con 39 di febbre;
- non importa quanti anni hai, quanto hai studiato o quante cose sai fare, non mi servi...anzi sì...vediamo....facciamo un mese a 600 euro...ti può andare bene? pensaci con calma, ah! uscendo fai entrare il prossimo della fila...;
- il periodo che ama di più è il Natale: si sente a casa, tutto è intermittente come lui;
- accetta perfettamente il consiglio di Giorgio Gaber ("nelle case non c'è niente di buono"): non se la vuole proprio comprare!
- non crede alla circolarità del tempo: quello che vale per un mese non è detto valga per quello successivo.
Dopo la cacciata dal paradiso terrestre e dopo essere stato maledetto da Dio con la condanna al lavoro (la condanna al sudore della fronte è già risolta con i numerosi deodoranti ph 5.5 che si possono trovare ovunque), l'uomo ha affrontato diverse peripezie dalle quale è uscito comunque, illeso. Porta con sé la donna, in primo tempo condannata ai dolori del parto (rimasti a suo esclusivo appannaggio) ma ora partecipante anche alla condanna che al solo uomo faceva capo. Sopravvissuti a lotte fratricide, a diluvi universali e particolari, a piaghe varie, gli uomini si trovano ai piedi del Monte dei Pegni per poter essere impegnati in qualche attività che permetta loro di continuare a calcare la terra di questo mondo. Gli uomini non chiedono altro che venga rispettata la parola che Dio ha dato loro, la condanna al lavoro si è tramutata in una farsa, i posti lavorativi sono terminati e ci si deve accontentare di scampoli di impiego di qua, brandelli di lavorucoli di là. Invocando il principio per cui occorrono pene certe e stabilite per tutti, gli uomini vogliono far valere il loro diritto ad una punizione che sia tale. Desiderosi di salvarsi l'anima non intendono, lavorando diversamente dallo stabilito, rischiare di vedersi negata l'entrata in paradiso. D'un tratto un salice piangente prende fuoco, il 115 non risponde, tutti stanno a guardare che succede. Dalle fiamme lingue di fuoco vanno a scrivere sulla sabbia (non sbuffate...è fragile la cosa) le 10 grandi verità cui l'uomo dovrà rifarsi per avere una vita serena e tranquilla. Sono i 10 nuovi comandamenti aggiornati alle condizioni attuali di lavoro:
- Io sono il lavoro Dio tuo, non avrai altro lavoro all'infuori di me
- Non nominare la parola "fisso" invano
- Ricordati di santificare le feste, compatibilmente ai tuoi impegni di lavoro
- Onora il tuo datore di lavoro
- Non uccidere la tua speranza di migliorare, addormentala solamente
- Non commettere atti impuri (in specie chiedere aumenti)
- Non rubare, ma accetta di essere derubato
- Non dire falsa testimonianza, difendi il buon nome dell'azienda, ti trovi bene qui vero?
- Non desiderare il lavoro di altri
- Non desiderare la donna di altri, non ti calcolerà mai senza un lavoro serio